Riapro dopo molto tempo un foglio word per motivi diversi dal lavoro e la barretta nera continua a pulsare sullo schermo bianco, mentre io devo ancora decidere da dove iniziare.
Hanno riattivato la connessione internet nella mia nuova casa (nuova da mesi, ma sempre fresca e nuova rimane, sarà per l’atmosfera che si respira) e mi sono resa conto che nel periodo in cui sono stata scollegata non ho proprio avuto voglia di scrivere. Come se ormai esprimersi fosse strettamente correlato al click sul “pubblica”.
Anzi, il fatto che io lo stia facendo ora, proprio ora che sono ricaduta nella rete da appena da una settimana, può significare due cose: sono un’incredibile narcisista ed esibizionista – pur non dando per scontato che qualcuno mi legga – oppure è cambiato davvero qualcosa e siamo tutti piccoli scrivani non più fiorentini, giovani Werther defraudati del dolore privato, nello stesso modo in cui il panico da pagina bianca non si manifesta più con macchie involontarie di inchiostro nel punto esatto in cui inciampa il pensiero, ma solo con uno sguardo vacuo rivolto al puntatore e con un post come questo.
Quanto è debole la gente. Accetta supinamente quel che càpita, come se davvero ci fosse il destino e non, semplicemente, una vita con cui azzuffarsi.
Fay Weldon.
"I grandi amori si annunciano in modo preciso, appena la vedi dici: chi è questa stronza?"
Ennio Flaiano

In attesa che qualche brillante imprenditore concepisca il servizio limousine da abbinare alla vendita di scarpe dai tacchi vertiginosi e scomodissimi (diventerei un'affezionatissima cliente), due geniali signori americani hanno inventato la scarpa con il tacco che si abbassa all'occorrenza, cioé quando una donna vuole muoversi e deambulare, senza sembrare un fenomeno da circo.
Ho girovagato un po’, ho cambiato lavoro, casa, quartiere.
Sono nuova.
Ci sono, ci sono, ma la vita sta correndo troppo veloce e io dietro a lei.
A presto
In Kuwait è primavera, nel modo più appropriato al termine, con l’aria tiepida che, a tratti, si muove senza bruschi interventi. Il vigore e la freschezza non sono ancora nella categoria del sollievo, quello che ci si augura appena le temperature raggiungono i 40° già nel mese di maggio, è quel tipo di respiro lieve che ho quasi dimenticato, a Milano.
Eppure non ci sono prati verdi, boccioli tesi a prepararsi all’evidenza, alberi rigogliosi. Non come li intendiamo noi, almeno. L’espressione migliore della natura è impalpabile, è la spaziosità dell’orizzonte che accompagna la città in tutta la sua estensione, l’aura fiammeggiante che investe di luce i vetri dei grattacieli, declinanti in angoli morbidi e stondati.
In questa atmosfera, hanno appena festeggiato i sedici anni dalla loro liberazione dall’invasione degli iracheni, grazie all’intervento degli americani: il 26 febbraio del 1991. Il giorno prima esultano ancora per l’indipendenza ottenuta dagli inglesi nel 1961.
Non so se sia dovuta all’incredibile prossimità delle date che segnano due eventi importanti in qualsiasi civiltà, benché distanti di anni l’uno dall’altro, ma la popolazione festeggia con un entusiasmo che fa apparire i contrasti, le polemiche, la distrazione e la distanza snobistica con cui in media consideriamo il nostro 25 Aprile decadente.
Scendono in strada vestiti con i colori della loro bandiera; i bambini non ancora nati all’epoca confondono la festa per uno scherzo collettivo e si lanciano in strada a innevare di schiuma finta auto e passeggeri; le ragazze a la page abbinano le gonne svasate tricolore con sandali alti e borsa di Chanel, rosse o verdi.
Gli avventori del Diana non avrebbero tanta fantasia e disinvoltura.

Per loro è un evento vivo, fresco e dolente, e fino a ora non sono ancora riuscita a chiedere cosa pensino sul fatto che, a pochi chilometri dal confine, quelli che sono stati i loro nemici stiano vivendo un dramma che conoscono per loro mano.
C’è una sorta di empatia o di intimo, meschino e al contempo umano, sentimento di rivalsa indiretta?
Forse c’è la stessa ambivalenza che provano nei confronti degli americani, seppur con sentimenti diversi, per i quali nutrono riconoscenza e fastidio per quell’arrogante desiderio di egemonia culturale, bacino da cui molti attingono, riservandosi comunque lo spazio mentale per ridimensionare e interpretare questi stimoli secondo la loro tradizione araba.
Intanto, mentre faccio agitare nella testa domande a cui non avrò facilmente risposta, tranne qualche frase o sottinteso lasciato sfuggire in discorsi di circostanza o in ogni caso mai troppo aperti, mi godo da parassita l’esultare per il bene della pace e della libertà come una gioia mai troppo vecchia, anche a sessantadue anni.
In realtà, qui qualcuno dice che all’epoca della loro aggressione, i kuwaitiani non abbiano fatto niente per sé se non scappare, militari compresi, e pagare gli americani perché intervenissero. Eppure molte persone sono volute o hanno dovuto rimanere, molte sono morte, alcune hanno intrecciato il loro destino di morte con l’eroismo, quelle poche che nella tragedia riescono a tirare fuori qualità fulgide e magari insospettabili in una quotidianità tranquilla e pacifica. Come la ragazza di 17 anni assurta a simbolo, per avere cercato di contrastare l’avanzata del “nemico”, sola con una mitraglietta. Catturata, violentata e impiccata, è rimasta sospesa al suo cappio per giorni lungo il quarto ring, una delle strade principali della città.
La scomodità alberga da sempre e in misura abbondante nella moda femminile. Siamo abituate a muoverci nel mondo (spesso anche male) con tacchi, laccetti, pizzi, gonne troppo strette-troppo corte-troppo larghe, biancheria da urlo per soffocamento e altre amenità. Il concetto di comfort è perlopiù maschile: i loro abiti sono essenziali, classici, se vuoi noiosi, ma tutto sommato pratici.
Se escludiamo i vaneggiamenti degli stilisti che pensano che uno se ne vada al lavoro vestito come una drag queen o porti a cena una ragazza con i pantaloni argento metalizzato, gli uomini sono esonerati, almeno in questo, dall'ansia di prestazione e possono rifugiarsi in pochi, classici, rassicuranti pezzi.
Eppure, non capisco come loro abbiano potuto subire passivamente il diktait di eleganza che li privava di un accessorio fondamentale, anche se brutto: il famigerato borsello. Sarà che sono una donna affetta dalla "sindrome della lumaca" e che la mia borsa ha spesso le fattezze di una valigia e il peso specifico di 5 lingotti d'oro, ma davvero non ho mai capito come gli uomini potessero viaggiare così leggeri. Se fossi costretta a rinunciare alla borsa, girerei con le tasche talmente gonfie che qualcuno sospetterebbe la presenza di una bomba a mano nei miei jeans.
E loro niente, fino ad ora non hanno detto niente. Nessuno, a parte qualche impavido corredato da calzino bianco con sandalo, si è mai ribellato al grido di: Toglietemi tutto, ma non il mio borsello!
Loro, stoici, hanno alimentato il mercato dei cellulari micro, del fermasoldi d'argento, dei portachiavi ridotti all'essenziale, pur di non essere additati come dei novelli Fantozzi. Che strano, proprio loro, i combattenti della praticità.
Ora sono arrivate nella moda le borse per voi. Saranno per alcuni poco virili, ma se fossi in loro, non me le lascerei strappare per nessun motivo.
la prego di aiutarmi a risolvere qualche dubbio.
Sono rimasta molto colpita dalla pubblicità della sua linea di yogurt Activia: pare che abbiano proprietà favolose, prima fra tutte quella di garantire la regolarità intestinale del 70% delle donne che l'hanno provata, in sole due settimane.
Mi scuso anticipatamente per l'ingenuità, ma Le chiedo di allargare i miei orizzonti anatomici e le mie parche conoscenze mediche. Da questa affermazione e dalla totale omissione sul panorama maschile, dovrei supporre che il funzionamento del corpo maschile è così diverso da far rilevare percentuali molto discordanti o che gli uomini non soffrono di stitichezza?
Le sarei molto grata se mi desse delucidazioni in proprosito. Ne approfitto, poi, per farle notare un'altra piccola questione. Proprio perché sono rimasta molto impressionata dalla sua sicurezza in merito (addirittura promettete il rimborso nel caso qualcuno non raggiunga i risultati vantati), ho deciso di affidarmi a voi e di provare la linea Activia in un momento di "difficoltà" intestinale. Aveva ragione Lei: dopo due settimane il problema si risolve! Ma non mi sembra che Lei abbia mai detto che si sarebbe risolto tutto in un solo giorno (esattamente, il quindicesimo!). Sono da annoverare nel restante 30% della popolazione femminile o devo controllare un eventuale eccesso di ormoni maschili, tale da non farmi rientrare nella statistica?
Abuso ancora della Sua pazienza: riguardo alla formula "soddisfatti o rimborsati", quale tipo di "documentazione" dovrei farvi pervenire?
La ringrazio anticipatamente per la sua attenzione.
Cordialmente,
sua RaGazza Ladra